È la politica estera!

August 2006
Se vogliamo fare seriamente nella risposta al terrorismo, allora dobbiamo lasciarci guidare dalla comprensione della politica e del potere. Per oltre un secolo, il terrorismo è stato per lo più la reazione ad occupazioni militari da parte di potenze straniere; è stato attuato in nome dei (o piuttosto dai) poveri in contesti in cui i responsabili non vedono alcun canale legittimo per avanzare le proprie richieste politiche. La religione a volte è stata usata per legittimare questi atti, ma ne è stata raramente la causa.

Quando è arrivata la notizia che i servizi segreti britannici avevano scoperto un attentato terroristico sulla scala dell'11 settembre, avrei dovuto sentire sollievo per la strage risparmiata, una scossa per l'audacia del piano e paura perché la Gran Bretagna era di nuovo sotto attacco. Ma a cinque anni dal crollo delle Torri gemelle, trovo che questi istinti vengono contrastati da pensieri di di tipo più controverso: che il pregiudizio e l'indignazione morale chiuderanno lo spazio per chiedersi "perché" e che la minaccia del terrore verrà, ancora un volta, sottoposta ad un uso politico che ne genererà altro.

Ciò non deve confondersi con il cinismo sull'esistenza di una minaccia terroristica, anche se i trascorsi degli ultimi cinque anni - le armi di distruzioni di massa, il "ricin plot" l'assassinio di Menezes ed il "Forest Gate raid" - ne hanno fornito ampia ragione. È probabile che diversi dei ventiquattro sospetti arrestati il 10 agosto non abbiano avuto alcun ruolo in nessun piano terroristico. Ma, questa volta, i segni dicono che la polizia ha davvero sventato un piano per far saltare in aria voli transatlantici.

Farsi prendere nel gioco della verità circa la plausibilità del fallito attentato - o, peggio, fantasticare di cospirazioni - significa perdere di vista le questioni chiave del dibattito sul terrorismo. "Innocenza fino a prova contraria" è un principio vitale ma non è una risposta politica sufficiente, e vi sono molti esempi di ragionamenti sbagliati cui dobbiamo opporci.

Il caso più chiaro è l'idea che la politica estera non dovrebbe essere chiamata a spiegare gli attacchi terroristici sventati. Questo ragionamento è "pericoloso è stupido", sostiene il ministro dei trasporti Douglas Alexander. Ma fa confusione tra spiegazione e giustificazione - come se l'occupazione da parte di Gran Bretagna e Usa dell'Iran e dell'Afganistan, e la complicità nella distruzione israeliana del Libano, non avessero soffiato sul fuoco del risentimento e dell'ingiustizia che alimenta il terrorismo.

Il ministro degli interni, John Reid, sostiene che credere che la politica estera britannica debba essere definita "sotto la minaccia dell'attività terroristica" è "un'idea orrenda". Però la politica interna è fatta precisamente in questi termini, con nuovi poteri alla polizia, leggi antiterrorismo e alta sorveglianza alla caccia delle minacce terroristiche. Il 9 agosto, Reid ha sferrato un attacco preventivo ai critici di queste misure, sostenendo che dovremmo "modificare le nostre libertà nel breve periodo" per contrastare quelli che vorrebbero "distruggere tutte le nostre libertà nel mondo moderno". Un orrendo ragionamento sbagliato, proprio.

Non tutti i politici si rifiutano di guardare il quadro globale. La risposta di George Bush all'attentato fallito di Londra è stata unire i punti tra i "fascisti islamici" in Gran Bretagna, Libano ed Iraq. Tony Blair farà probabilmente la stessa connessione anche se in termini meno offensivi, estendendo il suo "arco di estremismo" da Beirut a Birmingham. Questa è politica in chiave morale, o un modo diverso di negare l'impatto della politica estera. Se i nostri nemici sono fondamentalmente cattivi, allora non c'è bisogno di comprendere le cause o di alleviare le sofferenze - ma invece quello di distruggerli e affermare di "nostri valori", una risposta comunitaria alla politica estera che si è rispecchiata, senza successo, sul fronte domestico.

I musulmani non sono una comunità monolitica, e l'idea che dovrebbero sottoporsi ad una dose di auto-polizia per isolare i "terroristi al loro interno" non può non rafforzare il senso di alienazione prodotto dal ritenerli collettivamente responsabili di un intento criminale di un piccolo gruppo estremista. Peggio ancora, gli analisti di destra stanno già "editorialeggiando" contro la minaccia di un "nemico interno", per citare l'editoriale del Sunday Times del 14 agosto.

Tutto ciò segue un processo mediatico in cui le vite private degli incriminati hanno ricevuto lo stesso trattamento dei concorrenti di "Big Brother". I sospetti non si conformano alla norma "barbuto, con uncino", sembrano "fin troppo ordinari", "conducono normali esistenze occidentalizzate in belle case con giardino". Non è difficile rintracciare una corrente razzista qui, la fantasia che anche l'Islam "moderato" sia una facciata dell'estremismo - definito, dal Sunday Times, come "l'ammirazione smodata per la jihad anche tra i musulmani apparentemente ragionevoli". Questo è il vero cinismo.

Se vogliamo fare seriamente nella risposta al terrorismo, allora dobbiamo lasciarci guidare dalla comprensione della politica e del potere. Per oltre un secolo, il terrorismo è stato per lo più la reazione ad occupazioni militari da parte di potenze straniere; è stato attuato in nome dei (o piuttosto dai) poveri in contesti in cui i responsabili non vedono alcun canale legittimo per avanzare le proprie richieste politiche. La religione a volte è stata usata per legittimare questi atti, ma ne è stata raramente la causa.

Gli attentati dei musulmani nati in Gran Bretagna sembrano essere un po' diversi, tranne il fatto che le loro simpatie politiche, sostenute dai video in internet e dall'informazione ventiquattr'ore su ventiquattro, esprimano una lotta più "globalizzata" di quella dei loro predecessori. Perché finché il governo britannico continuerà ad agire nell'impunità e sosterrà il terrorismo di stato all'estero, non ci può essere la speranza di risolvere il problema del terrorismo interno.

Team member of Carbon Trade Watch

Oscar Reyes (London, 1977) is part of Carbon Trade Watch, a former project of the Transnational Institute. He is environment editor of Red Pepper magazine, and is co-author of Carbon Trading: how it works and why it fails. From 2005-2008, he was TNI Communications Officer and co-editor of Red Pepper magazine.